Occupazione poliziesca e uso della forza a favore dell'edificazione del Museo dei Bambini. Un racconto della prima settimana di marzo al parco Mitilini-Moneta-Stefanini, rione Pilastro, Bologna
Introduzione
Ci interessa qui diffondere una narrazione dei fatti “dall’interno”, dal punto di vista di una persona che ha vissuto in larga parte gli avvenimenti che racconta. È possibile che questa versione, pur nel suo essere di parte, risulti comunque assai meno parziale e assai più informata di qualsiasi cronaca sia potuta uscire su giornali e “mezzi di informazione” in queste settimane.
Abbiamo voluto mettere a fuoco in particolare le modalità di difesa (e attacco) attivate dal committente dell’opera (l’Amministrazione cittadina, guidata dal sindaco Matteo Lepore) a tutela non del cosiddetto ordine pubblico, ma della possibilità di svolgimento di un cantiere inviso alla popolazione locale. Non è stato possibile, per la volontà di chiudere l’articolo in tempi brevi, approfondire adeguatamente i fatti nè soffermarsi su alcuni parallelismi e osservazioni di un certo interesse: i vari precedenti e le varie mobilitazioni ancora aperte a Bologna contro cementificazione e gentrificazione; la composizione, ampia e trasversale, della comunità creatasi in opposizione all’opera; le forme di resistenza e coesistenza messe in campo da questa stessa comunità.
Porre l’accento sulle motivazioni che portano ad impegnarsi ed esporsi a tal punto per la difesa di un parco pubblico, nonchè sul vissuto e sulle emozioni che un tale coinvolgimento è in grado di generare, esula invece ampiamente dalle possibilità di questo articolo e forse, anche, di qualsiasi forma di restituzione scritta.
Mobilitazioni
Da lunedì 2 marzo 2026 (una settimana dal momento in cui si scrive) numerosi reparti della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Digos presidiano giorno e notte il parco Mitilini-Moneta-Stefanini del rione Pilastro di Bologna. La consistenza del contingente è variabile: non si è mai abbassata al di sotto delle due camionette (con la presenza di circa una ventina di uomini in assetto antisommosa, oltre al personale della Digos) e in alcuni frangenti ha raggiunto un dispiegamento di almeno una quindicina di mezzi tra camionette, blindati, idranti (2), un carro rimorchio, automobili ecc. — mobilitando probabilmente fino a un centinaio di uomini delle forze dell’ordine.
Questo picco è stato raggiunto fin da subito lunedì mattina verso le 6, momento in cui il dispiegamento è arrivato al parco per sgomberare le persone lì accampate. La presenza delle persone accampate e di un piccolo presidio formato da gazebi, tavoli e panche si legava alla mobilitazione locale in opposizione all’imminente costruzione del MuBa (Museo delle bambine e dei bambini, anche chiamato Futura) all’interno del parco per conto dell’Amministrazione cittadina, e dunque al tentativo di impedire l’inizio dei lavori e la conseguente cementificazione dell’area.
Prima di lunedì
La mobilitazione aveva iniziato a svilupparsi a partire circa da novembre 2025, con numerose assemblee, manifestazioni, presidi di protesta e così via. Le richieste di incontro e discussione con rappresentanti della giunta comunale erano state negate una dopo l’altra. Con l’inizio di alcuni abbattimenti di alberi all’interno del cantiere all’alba di lunedì 22 febbraio, membri del comitato MuBasta, tra i principali animatori dell’opposizione al progetto, e altrx avevano deciso di stabilire un presidio permanente dentro al parco, di fronte all’area cantierizzata nei pressi della biblioteca Luigi Spina, così da poter meglio monitorare l’avanzamento dei lavori e avere un riferimento fisico a cui ancorare la lotta. Nel corso della settimana, più precisamente mercoledì 25, un’interruzione dei lavori (grazie alla presenza di un manifestante arrampicato su un albero) e la partecipazione popolare al presidio erano riuscite a far sì che il cantiere venisse violato, lasciando che il vento ne abbattesse gli ampi laminati posti a stabilirne il perimetro. Ci si era così riuscitx a trasferire direttamente all’interno dell’area, spostandovi gazebi e tende, bloccando i lavori e portando avanti la difesa del parco.
Lunedì
L’operazione di polizia iniziata lunedì mattina aveva l’obiettivo — riuscito — di sgomberare il presidio installato da mercoledì all’interno dell’area di cantiere. Le persone che dormivano nel parco — forse una decina — sono state svegliate dalle stesse forze dell’ordine, fatte uscire malamente dalle tende, strattonate ed evacuate. Sei di loro sono state poste in stato di fermo e portate in questura. Di queste, tre sono state rilasciate nel corso della giornata, mentre le altre tre sono state trasferite al carcere della Dozza in attesa di processo.
Nel corso della giornata di lunedì, sgomberata l’area di cantiere dalle persone che la presidiavano, gli operai della ditta appaltatrice si adoperano per ristabilire il perimetro dell’area, che viene inoltre allargato rispetto all’estensione precedente. Per la chiusura non vengono più utilizzati grandi laminati grigi, bensì jersey di cemento sui quali vengono montate alte grate metalliche. Il tutto si svolge come all’interno di un territorio militarmente occupato: l’area del cantiere è ancora circondata da mezzi e uomini della polizia schierati a tutela dell’edificazione di questa sorta di fortino, di ampio rettangolo di mura tirato su come per scongiurare qualsiasi velleità di assalto. Tra i dispositivi di repressione preventiva, in aggiunta alla presenza poliziesca e alla fortificazione del perimetro, si segnalano anche l’installazione di una telecamera di sorveglianza sulla parete della Casa gialla (un centro culturale) che affaccia sul cantiere nonchè la costante presenza di un guardiano all’interno del cantiere stesso.
Nonostante l’attacco subito all’alba, il trattenimento delle persone in questura e la tensione generata dai lavori e dall’imponente dispiegamento di polizia, la variegata comunità che sempre più si riconosce nell’opposizione al progetto non arretra: gazebi, tavoli, sedie, generi alimentari vengono recuperati; il presidio viene ristabilito; persone accorrono, si fermano, assistono, chiacchierano. Si fa musica e si mangia insieme. Ci si rende collettivamente testimoni dello svolgersi di uno sfoggio muscolare che oltre a interrogare le coscienze genera anche molta rabbia.
La sera stessa, tra il cantiere e la biblioteca, si tiene un’assemblea partecipatissima. Sul finire dell’assemblea viene accolta una proposta di battitura del cantiere: molte decine di persone percorrono i pochi metri che separano la biblioteca dai jersey e cominciano a battere rumorosamente le nuove, imponenti grate venute a separare il parco dai suoi abitanti. In un nulla la rabbia accumulata durante il giorno deflagra: bastano forse due minuti perchè a forza di battere e spingere le giunture delle grate inizino a saltare, creando già alcune fessure lungo le mura del cantiere. È a quel punto che i reparti della celere presenti prendono caschi e scudi e si dirigono compatti verso l’area della battitura. Molte persone si allontanano, altre si portano verso la celere per tentare di tenerla a distanza: ne segue un fronteggiamento che sfocerà in svariate cariche della polizia all’interno del parco, nel lancio di numerosi lacrimogeni anche ad altezza uomo e nel fermo di altre tre persone (che si sommano alle sei prese la mattina), rapidamente portate in questura e rilasciate la sera stessa.
Nella notte di lunedì i mezzi della polizia rimangono dov’erano, a contropresidiare cantiere e presidio, anche quando la presenza al parco è ridotta a pochx irrudicibili, semplicemente intentx a chiacchierare. La mattina di martedì i mezzi, anche se in numero minore, sono ancora lì. E così di mezza giornata in mezza giornata, di giorno in notte e di nuovo in giorno, giorno dopo giorno. Il presidio tuttavia, senza scomporsi più di troppo, mantiene la posizione.
Dopo lunedì
Martedì sera l’idrante parcheggiato lì dalla mattina precedente, in risposta alle provocazioni di alcunx ragazzinx, spara acqua sulle molte persone riunitesi per cena attorno al presidio. Va in effetti notato che l’occupazione poliziesca di strade e parco del rione non riduce d’un tratto la popolazione alla semplice e servile obbedienza: l’occupazione genera invece reazioni, lanci di oggetti, prese in giro degli oscuri plotoni. Ma basta anche lo scoppio di pochi petardi perchè i reparti subito si allarmino e inizino a indossare i caschi e brandire gli scudi.
Mercoledì mattina si raggiunge un nuovo picco nel dispiegamento di forze, simile a quello del lunedì: arrivano al parco forse un centinaio di uomini, circa una decina di camionette. Un contingente di una quindicina di membri dei vari corpi mobilitati si dirige verso il presidio, dove una decina di persone fanno colazione: a queste viene intimato di sgomberare gazebi e quant’altro nel giro di un’ora, pena il sequestro del materiale. Le poche persone presenti, assonnate, sgomente, tra un caffè e l’altro, eseguono. Vengono elevate quattro sanzioni amministrative: una per occupazione di suolo pubblico e tre per omesso preavviso di manifestazione pubblica, reato recentemente depenalizzato e per cui le sanzioni vanno da un minimo di mille a un massimo di diecimila euro di multa.
Mercoledì sera le persone in stato di arresto da lunedì mattina vengono liberate, denunciate a piede libero ma senza alcuna misura cautelare, in quanto incensurate e considerate autrici di “condotte non di particolare gravità”.
Dopo mercoledì
Lo sgombero del presidio fisico all’interno del parco, sotto minaccia di sequestro del materiale, genera prevedibilmente una forma di smarrimento. L’assenza di un luogo di ritrovo, ristoro e riparo impone una prosecuzione come immateriale della contestazione, concretizzata solo e soltanto a partire dalla presenza di persone contrarie al progetto all’interno dell’area. Giovedì inizia l’organizzazione di un corteo rionale per sabato, un’occasione in cui raccogliersi e mostrare ancora una volta il volto gioioso, popolare e pacifico dell’ampia compagine che si oppone alla realizzazione del MuBa.
Nel frattempo il governo della città, fino a quel momento silente di fronte alle agitazioni e ai soprusi, prova a dire qualcosa. Coalizione Civica, partito “di sinistra” ma organico alla coalizione di maggioranza trainata dal Partito Democratico, pubblica un comunicato in cui scrive che “portare un’infrastruttura culturale pubblica dedicata all’infanzia in periferia è una scelta giusta e coerente con l’idea di città che abbiamo”. Si potrebbe dire che forse invece non hanno — o fingono di non avere — idea della differenza tra una struttura e un’infrastruttura, come gli piace chiamare un edificio di tre piani da costruire su un’area verde. Una nutrita cordata di associazioni del rione pubblica a sua volta una lettera a favore dell’opera, in cui sostiene che “il Pilastro ha bisogno di essere normale”. Avanziamo l’ipotesi che le associazioni firmatarie dipendano in buona misura proprio dalla giunta PD-CC per poter continuare a esistere, e ci diverte anche l’idea che, come sosteneva un signore uscendo dalla biblioteca, siano “più le associazioni che gli associati”. Infine, della costituzione in fretta e furia di un comitato a favore dell’opera, tra le cui magre fila compaiono per lo più rappresentanti politicx e ultrasessantenni, non commenteremo.
Sabato
Sabato pomeriggio al parco l’atmosfera è festosa. Si organizzano tornei di calcetto, partite di basket, banchetti di stampe, laboratori in cui si preparano striscioni e cartelli per il corteo. Il numero di persone aumenta di ora in ora e al momento della partenza, verso le 17, non è distante dal migliaio. Tutto si svolge senza tensioni particolari, i timori per un possibile blocco del corteo o attacco allo stesso (visti i trattamenti ricevuti nei giorni precedenti) vengono disattesi, e la nutrita mole di partecipanti conclude serenamente il percorso rientrando al parco intorno alle 19.30. Seguono una cena popolare, musica e una riffa, organizzate anche con l’intento di raccogliere i fondi necessari a sostenere le spese legali che già iniziano a manifestarsi.
Verso le 22 al parco rimangono tra le cento e le duecento persone, monitorate dal solito dispiegamento di polizia che da lunedì occupa il rione. Un gruppo prende una cassa portatile, la avvicina al cantiere e comincia una battitura a tempo di musica. Nel corso della settimana le barriere che difendono il cantiere sono state rafforzate in vari modi, montando davanti alle grate anche uno spesso strato di lamiera. Le possibilità di sfondare la recinzione sono quasi nulle. Ciononostante, il copione di lunedì si ripete: la celere torna a spiegarsi e a caricare a freddo. L’intento pare quello di farla finita una volta per tutte ed evacuare l’intero parco. Alle cariche si risponde con il lancio di bottiglie. Vengono nuovamente sparate ingenti quantità di gas lacrimongeni. Le pattuglie corrono per il parco quasi alla rinfusa, mettendo in fuga le persone presenti. Ma non basta: gli inseguimenti procedeno lungo le strade del rione. Gruppi di poliziotti rincorrono e fermano persone senza motivo evidente, poi le trattengono dietro a uno degli schieramenti della celere, in strada, all’altezza della biblioteca. Nel giro di circa un’ora e mezza vengono fermate, trattenute e identificate tredici persone: verranno tutte lasciate libere, senza alcuna notizia di reato, la sera stessa.
A mezzanotte circa l’area del presidio è ancora gremita da un folto gruppo di persone.